L’asse geopolitico ed economico mondiale sta vivendo una trasformazione radicale. Cina, Russia e India si muovono sempre più compatte verso una cooperazione commerciale alternativa, costruendo un blocco capace di contrastare l’egemonia statunitense e la visione muscolare dell’America di Donald Trump, tornato alla Casa Bianca e deciso a riaffermare il ruolo di “padrone del mondo”.
Nel frattempo, l’Europa resta nel mezzo, incapace di prendere decisioni autonome e colpevolmente allineata agli interessi di Washington. Tanto da rimanere oggi col cerino in mano, pagando i dazi americani e la scelta politica di contrastare la Russia, rinunciando a relazioni strategiche che, fino a pochi anni fa, erano state faticosamente costruite.
Basti pensare alla Via della Seta, accordo che l’Italia aveva siglato con Pechino 6-7 anni fa e che avrebbe potuto rappresentare una risorsa vitale per i nostri commerci e per la competitività delle nostre imprese. Un’opportunità gettata alle ortiche sotto pressioni esterne, proprio nel momento in cui l’Europa intera vive una crisi industriale senza precedenti e in cui la nostra economia avrebbe disperato bisogno di mercati alternativi.
I dati parlano chiaro: 30 mesi consecutivi di calo industriale un PIL stagnante con l’ultimo trimestre a -0,4%, e un settore manifatturiero in evidente recessione. Eppure, quasi in contraddizione, la disoccupazione registra i minimi dal 2007. Mentre le industrie chiudono, aumentano le assunzioni nel pubblico impiego, nelle partecipate e grazie all’apertura forzata di nuove partite IVA, soprattutto tra gli over 50. Una crescita fittizia, che non si traduce in reale sviluppo né in investimenti produttivi. L’Italia sembra galleggiare più su artifici statistici che su fondamenta economiche solide.
E proprio sul fronte delle fondamenta, il settore edile è ormai sul ciglio del burrone. Dopo l’illusorio boom legato ai bonus edilizi, il governo ha scelto di smantellare progressivamente ogni incentivo fiscale, lasciando imprese e lavoratori con debiti e in balia di un mercato senza domanda e senza certezze. Allo stesso tempo, l’Italia continua ad accumulare ritardi clamorosi sugli obiettivi del Green Deal, che riesce a inseguire soltanto grazie ai fondi del PNRR, fondi che però non dureranno all’infinito.
È in questo quadro che torna alla memoria la figura di Enrico Mattei.
Negli anni ’50 e ’60, Mattei comprese che l’indipendenza energetica era la chiave per l’indipendenza economica e politica dell’Italia. Sfidò i monopoli anglo-americani del petrolio, costruì rapporti con Paesi allora considerati “periferici”, trattando da pari a pari e assicurando al nostro Paese energia a prezzi vantaggiosi. Grazie a quella visione, l’Italia riuscì a gettare le basi per il suo straordinario sviluppo industriale.
Oggi, paradossalmente, il governo italiano inneggia al “Piano Mattei”, ma ne tradisce completamente lo spirito. Mentre Mattei cercava di rompere le catene della dipendenza, noi stiamo facendo esattamente l’opposto: ci leghiamo mani e piedi al gas liquido americano, pagandolo al doppio rispetto al gas russo, accettiamo dazi penalizzanti e diventiamo clienti obbligati dell’industria bellica statunitense. Quella lungimiranza che Mattei incarnava sembra essersi trasferita altrove: Russia, Cina e India stanno oggi percorrendo proprio quella strada di autonomia e diversificazione che lui aveva tracciato.
La lezione è evidente: ieri il confronto era tra petrolio e indipendenza, oggi la sfida è tra gas e fonti rinnovabili. Ma mentre altri investono e pianificano per il futuro, noi continuiamo a rincorrere emergenze, senza una visione né una strategia.
Il quadro è drammatico: meno soldi nelle casse pubbliche, minori servizi, un’Europa che si avvita su se stessa e un’Italia sempre più povera, isolata e dipendente da decisioni prese oltreoceano. Non è un caso che, dall’inizio della guerra in Ucraina, gli Stati Uniti abbiano trovato nell’Europa il cliente perfetto: vendono gas liquido a caro prezzo, vendono armi per i conflitti in corso, mentre a noi restano i conti da pagare e un tessuto produttivo che si sgretola.
CANDE, dunque, lancia un forte allarme con il Presidente Roberto Cervellini: “il settore edile, già provato dalla stretta sugli incentivi, rischia un collasso che si ripercuoterà su tutta la filiera economica nazionale. Questo governo” continua Cervellini “troppo legato al suo strozzino americano, continua a sacrificare l’interesse nazionale sull’altare di una sudditanza che ci rende più deboli, più poveri e sempre meno competitivi“.
Se non si cambierà rotta, l’Italia non solo perderà la corsa alla transizione ecologica, ma trascinerà con sé interi settori strategici, lasciando spazio soltanto a nuove sacche di povertà e precarietà. È ora di smettere di accettare passivamente decisioni esterne e tornare a difendere con forza gli interessi dell’Italia, a partire dal rilancio dell’edilizia, motore imprescindibile di occupazione, innovazione e sviluppo.
È necessario quindi che il governo cambi rotta per non rinnegare la lezione di Enrico Mattei:
- riaprire un piano serio di incentivi per la riqualificazione e la sostenibilità del patrimonio edilizio;
- investire nelle fonti rinnovabili e nell’indipendenza energetica;
- mettere al centro il lavoro e le imprese italiane, non i diktat di Washington.
Se questo non accadrà, il rischio è chiaro: un’intera filiera produttiva collasserà, con ricadute devastanti per l’occupazione, le famiglie e il futuro del Paese.
È tempo di smettere di subire. È tempo di ritornare padroni del nostro destino.





